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Stéphanie Hochet, le blog officiel

Presse,présentation, analyse des romans, articles, interviews littéraires


Parenthèse italienne

Publié par Stéphanie Hochet sur 12 Mars 2011, 09:19am

 

 “La distribution des lumières” vu par La Gazzetta Matin

 Instabilità, sofferenza, istinto ferino, ambiguità, ossessione, potere delle parole sotto la calma apparente del “bon ton” settecentesco: c’è materiale d’avanzo per farsi catturare nella seducente rete di carta stampata della giovane Stéphanie Hochet, scrittrice parigina ospite ad Aosta la settimana scorsa.

 

Dopo un primo appuntamento mercoledì alla biblioteca regionale, l’autrice ha presentato venerdì scorso alla libreria Minerva il suo ultimo libro “La distribution des lumières”.

Nata a Parigi nel 1975, collaboratrice di diverse riviste, la Hochet previene dall’esperienza accumulata con sei romanzi, a cui si è aggiunto questo settimo nel 2010. In un intreccio polifonico si sovrappongono i registri dei protagonisti, quello silenzioso di Anna, quelli di Aurèle e Jerome, adolescenti abbandonati a loro stessi, e quello dell’italiano Pasquale, in fuga da un paese di cui non può più sopportare la politica. La storia si svolge tra Lione e Aosta, prova dell’interesse della Hochet per l’Italia e, in particolare, per la sua situazione politica (tema al centro del dibattito alla fine della presentazione): “Il disagio è quello che mi interessa e vedo che in Italia questo disagio c’è: ma non ho una soluzione”.

In un’ora di dibattito, attraverso le domande di Raphael Bixhain e Claudio Morandini, il pubblico ha potuto tuffarsi nell’affascinante universo creativo della giovane scrittrice, spaziando dal modo in cui nascono le storie nella sua testa, agli autori a cui si rifà più spesso (Nabokov e Balzac) fino al criterio di scelta dei nomi dei personaggi. E non si può tralasciare la schietta modestia dell’autrice: “Autrice promettente è una formula strana: che cosa ho promesso io?!”

Miriam Begliuomini su “Gazzetta Matin”, lundi 14 mars 2011

 

 

 “La distribution des lumières” vu par "La Stampa"

 

PROTAGONISTA VALDOSTANO PER IL SETTIMO ROMANZO

 DI UNA GIOVANE PARIGINA

Da Stéphanie Hochet il racconto di una fuga che conduce all’ignoto

C’è un’ombra di Valle d’Aosta tra le pagine di “La distribution des lumières” (Flammarion), l’ultimo romanzo della giovane scrittrice francese Stéphanie Hochet: è dalle montagne valdostane che parte Pasquale, il protagonista, che abbandona Aosta e si autoesilia al di là delle Alpi per fuggire il ribrezzo verso l’Italia di Berlusconi. La sua destinazione è Lyon, con una periferia cupa che in poco tempo lo trascina tra le pieghe più opprimenti dell’animo umano, dove il desiderio diventa ossessione e la paura si fa violenza.

Arrivata da Parigi per presentare il suo settimo libro, dedicato al valdostano Claudio Morandini, Hochet ha scoperto Aosta prima con le parole che con gli occhi. La città fa da fondale per il suo racconto, come si fosse in teatro, terra dove il suo personaggio affonda radici che si sono inaridite per il disgusto verso la trasformazione del suo paese nell’epoca del Cavaliere. Ma la scrittrice ama scrivere dell’ignoto, gettando lo sguardo oltre i confini di ciò che si conosce. “In qualche modo – spiega – è una forma di pressione sul futuro: se scrivi di qualcosa, la tua vita finisce per farti incontrare ciò che hai scritto. Anche per questo bisogna sempre scrivere di luoghi dove non si è mai stati”.

Il suo romanzo, accolto da buone critiche oltreconfine, racconta di una fuga che diventa un inconsapevole salto nel buio.

“Sono interessata alle forme del disagio” spiega, indicando con le sue parole un sentiero che incontra un’adolescenza deforme, una sessualità ossessiva, una forma di lucida inquietudine che diventa crimine: il tutto sotto l’ombra inquietante di una politica inaccettabile, diventata unicamente potere. E il punto di arrivo non è la liberazione, ma il confronto con sentimenti che preferiremmo far tacere. “La scrittura non è una terapia. Scrivere non mi fa stare bene, ma è ciò che mi fa esistere”.

(Davide Jaccod, su “La Stampa – Valle d’Aosta”, 19 marzo 2011)

 

 

Article de l'écrivain Claudio Morandini.

 

 

"La distribution des lumières": narrazione e contrappunto

L’amica scrittrice francese Stéphanie Hochet in questi giorni si trovava in Valle d’Aosta per una breve vacanza. Incontrarla e conversare con lei, portarla a visitare i luoghi (Aosta, Torino) in cui ha vissuto Pasquale Villano, uno dei suoi personaggi di “La distribution des lumières”, è stato estremamente interessante. Ho avuto anche il piacere di presentarla nel corso di due incontri, il 9 marzo alla Biblioteca Regionale di Aosta e l’11 presso la Libreria Minerva, e di approfondire con lei temi e aspetti del suo ultimo libro, edito da Flammarion nel 2010, e dei sei precedenti. Ho trovato in lei (ma questo non mi ha stupito) una scrittrice profondamente consapevole, attenta agli equilibri che regolano la struttura di un’opera, legata a modelli letterari classicamente “alti”, e insieme disposta a sperimentare e a rischiare. Alla ricerca di possibili sinestesie tra letteratura e altre arti, abbiamo parlato di architettura, soprattutto di suggestioni pittoriche. Il titolo del suo ultimo romanzo rimanda in effetti alla tecnica pittorica della distribuzione delle luci e delle ombre: ogni volta che parla uno dei tre personaggi principali (Aurèle, Jérôme, Pasquale), la luce per così dire lo isola dagli altri, e lascia in ombra gli altri. Ma è anche vero che le tre voci tessono un sistema complesso di ricostruzione dei fatti attorno al quarto personaggio, Anna, l’oggetto del desiderio, che voce non ha, o che ne ha una che risuona per simpatia nelle voci altrui. Ed ecco che accanto ad architettura e a pittura come possibili riferimenti per la particolare tecnica narrativa scelta dalla Hochet in questo suo settimo romanzo, compare, visto che si parla di voci, la musica.

La musica, dicevo, e in particolare il contrappunto. Il termine contrappunto, nella trama del romanzo, è prima di tutto l’elemento che fa avvicinare il personaggio italiano, Pasquale Villano (esule a Lione per il disgusto di fronte alla degenerazione politica del suo paese) e Anna Lussing, insegnante di musica nella banlieue lionese. Pasquale, che lavora alla traduzione di un romanzo in lingua inglese (come fecero Pavese o Vittorini, precisa la Hochet), ha bisogno di dettagli sul contrappunto, e, dopo aver cercato invano informazioni troppo tecniche, trova in Anna l’interlocutrice giusta.
Una prima suggestione contrappuntistica appare in questo breve dialogo tra Pasquale e Anna (la prima battuta della citazione è di quest’ultima):
«- Je peux vous conseiller quelqu’un si vous voulez prendre des cours de musique.
- Non. Je ne cherche que des précisions sur le punctus contra puntum.
- L’harmonie, l’horizontalité, la verticalité, ça ne vous dit rien ? (…)»
E più avanti, dopo qualche confidenza sulle origini valdostane di Pasquale :
«- Connaitre deux langues, c’est un bon début pour comprendre le contrepoint, le principe est le même.»
Qui Pasquale sembra portatore lui stesso di un contrappunto interiore a tre voci, in quanto bilingue, anzi trilingue (l’italiano della memoria, l’inglese delle traduzioni, il francese della comunicazione nel presente); ma potremmo dire lo stesso anche di Aurèle, l’adolescente «ossessionata dal linguaggio» secondo il giudizio della stessa autrice, uno di quei personaggi potenti e devastanti che portano scompiglio nei romanzi di Stéphanie Hochet (in Aurèle, grande affabulatrice, la parola scardina la realtà, la manipola, la ricostruisce).

Ma un’idea di contrappunto è anche e soprattutto – lo si scopre un po’ alla volta, senza che questo procedimento sinestetico sia troppo ostentato – alla base della costruzione “polifonica” del romanzo. Essa permette di esprimere la molteplicità e insieme di cercare un equilibrio, una sintesi. Ha scritto la stessa Hochet rispondendo a un’intervista: «Les personnages qui ont la parole (Aurèle, Jérôme, Pasquale) sont les amoureux d’Anna. C’est leur seul point commun, en dehors de ça, ils sont à l’opposé les uns et des autres. L’objet aimé (qui finit par devenir vraiment un objet) est ce qui les réunit. A l’image du contrepoint en musique, leurs styles discordants s’unissent autour d’un thème. » Cioè, insomma : i personaggi che prendono di volta in volta la parola sono innamorati di Anna. Questo è il solo punto in comune tra loro, a parte questo i tre sono in forte contrapposizione l’uno con l’altro. L’oggetto amato (che davvero finirà per diventare oggetto) è ciò che li riunisce. Come nel contrappunto fondato sul procedimento imitativo, i loro stili contrastanti si uniscono attorno a un tema (Anna).
Che Anna sia il personaggio ossessivamente presente nei pensieri dei tre, ma allo stesso tempo sia silente, è un aspetto che può sorprendere. Ma se si ascoltassero tutte le voci, si rischierebbe la cacofonia, ha riconosciuto l’autrice. Senza contare che anche di questo è fatto il contrappunto, di silenzio, di voci che tacciono, di parti implicite che risuonano per simpatia, nascoste tre le pieghe della tessitura complessiva.

Stéphanie ha citato opportunamente una frase della Yourcenar, «Un roman est le portrait d’une voix», il romanzo è il ritratto di un voce. Qui, nella “Distribution des lumières”, le esigenze polifoniche spingono, come si diceva, a un trio di voci. «Écrit à la troisième personne ce texte aurait été trop descriptif, trop analytique» : raccontato in terza persona il testo sarebbe risultato troppo analitico, descrittivo, insomma freddo. Troppo comodo il narratore esterno onnisciente, che consente un distacco quasi confortevole dalla materia brulicante del romanzo (comparirà alla fine, a raffreddare l’incandescenza della trama, in un ambiguo happy end: e qualcuno ha visto in questa una quarta voce, del tutto differente dalle altre). Un narratore in prima persona, poi un altro, poi un altro ancora, non solo costringono il lettore di entrare profondamente nella storia, ma lo coinvolgono fino a sballottarlo in una persistente condizione di disagio.
Ogni voce è il ritratto di una diversa forma di attrazione (d’«amour», scrive assai più nettamente la Hochet). Le tre voci sono così diametralmente opposte che era necessario favorire la comprensione del lettore (l’ascolto, anzi, verrebbe da dire) attraverso una differenziazione delle tre : Pasquale è una voce classica, sofisticata, precisa, molto “scritta” se vogliamo, anche quando l’indignatio verso la degenerazione del suo paese (il nostro) lo spinge verso toni duri alla Giovenale; Aurèle è « violenta e cerebrale » allo stesso tempo, il suo lessico rimanda continuamente alla fisicità dei corpi attraverso un continuo giocare con le parole; la lingua di Jérôme, paratattica, spesso alogica, esprime soltanto emozioni, sensazioni, pulsioni, ossessioni.

Il romanzo di Stéphanie Hochet non vuole riprodurre nella sostanza una tecnica contrappuntistica, ma trova nel linguaggio musicale il fecondo suggerimento di una struttura polifonica e imitativa; esso allude insomma al contrappunto, restando saldamente ancorato a una natura narrativa. Certo, se vogliamo stare al gioco e trovare nell’ambito musicale un equivalente della tecnica della Hochet, non è in Palestrina o Marenzio che bisognerebbe cercarlo, ma piuttosto in certi ripiegamenti tormentati verso il contrappunto che hanno caratterizzato il Novecento – un contrappunto in cui il sovrapporsi delle linee melodiche non sfocia verso l’armonia del tutto, ma verso asperità dissonanti, attraverso uno strisciante conflitto di voci – oppure negli omaggi di Stravinsky o Sciarrino a quel complesso genio che fu Gesualdo da Venosa.

 

  Article de l'écrivain italien Giovanni Merloni .

 

 

« LA DISTRIBUZIONE DELLA LUCE » di Stéphanie Hochet

«La distribuzione della luce», questo potrebbe essere il titolo italiano de «La distribution des lumières» di Stéphanie Hochet (Flammarion, 2010), un bellissimo e importante romanzo polifonico, che ruota intorno alle chimere, alle ossessioni, o, se vogliamo, alle fissazioni di quattro personaggi, tre dei quali hanno la parola e si esprimono in prima persona – Pasquale, «l’italiano deluso» ; Auréle, «la ragazzina di periferia» (una periferia che a Lione si chiama «banlieue»); Jerôme, «il fratellastro idiota» — e il quarto — Anna Lussing, «la bella musicista» e perno di questa terribile storia — non si esprime in prima persona ed è solo «illuminata», di volta in volta, dagli altri tre.

In un singolare crescendo – che non lascia al lettore il tempo di respirare – la giustapposizione, apparentemente tranquilla, del diario «contraddittorio» di Pasquale, di quello «razionale e diabolico» di Aurèle e di quello «visionario» di Jerôme, si trasforma presto in dramma, in tragedia senza via d’uscita.

Con questo ultimo libro Stéphanie Hochet sembra voler aprire una nuova pista nella sua maniera di scrivere e di rappresentare la realtà. La scrittrice ripropone lo stesso spirito di verità e di chiarezza dei suoi libri precedenti, come ad esempio «Combat de l’amour et de la faim» («Lotta dell’amore e della fame»). Ma si spinge più avanti, a cominciare da questa «distribuzione della luce», fonte di una costante incertezza riguardo alla distribuzione delle parti tra i personaggi : ognuno lotta per il ruolo di protagonista, perché ognuno di loro – più o meno coscientemente – ha bisogno di comunicare la sua storia (e il suo problema), vorrebbe che qualcuno se ne facesse carico, aiutandolo a salvarsi.

A questo scopo Stéphanie Hochet dà al romanzo una struttura complessa, basata su parole e frasi «strategiche», una struttura che le serve a contrastare, a bilanciare e talvolta a sconvolgere ogni ordine logico a cui il lettore potrebbe affezionarsi. Si tratta di una struttura verticale, molto rassomigliante alla torre Eiffel (d’altronde citata a pag.183). In tale concezione, la prima parte del libro è dedicata alla salita, alla presa di coscienza di sé (della scrittrice stessa e del libro attraverso i suoi personaggi). In questa fase i personaggi restano abbastanza lontani l’uno dall’altro, tanto che il lettore non è in grado di immaginare quali saranno i rapporti tra di loro. Ma, prima di arrivare alla cima della torre, avviene un incidente, apparentemente esterno ai quattro personaggi, qualcosa che non ha niente a che vedere con loro. Questa intrusione provoca un certo fastidio. Ma poi si comincia a capire. Arrivati in cima, alla terrazza panoramica, si sanno ormai molte cose, e si vorrebbe già assaporare, di lì a poco tempo, un possibile epilogo della vicenda, basato sulla «luce», cioè sulla preferenza che sembra essere stata assegnata all’italiano trasferito a Lione, al suo amore per l’affascinante e un po’ misteriosa musicista. Ci si concentra sulla necessità di rimuovere gli ostacoli — primo fra tutto il citato incidente — che si frappongono alla sua felicità. Ma le cose non stanno così. Si deve ancora scendere. E la discesa sarà «vertiginosa», inaspettata e fatale (concetto del resto anticipato a pagina 11 e ripetuto alle pagine 142-143).

A questo punto ci troviamo, ormai, al di là di una semplice conoscenza dei personaggi e della loro presa di coscienza. Ci confrontiamo con testimonianze, sospetti e con tutti gli elementi necessari per dare alla fatalità e alla tragedia lo spazio e l’occasione di realizzarsi senza briglie e controlli.

Ci accorgiamo, sia pure in modo contraddittorio, che la luce si è ora spostata sui due personaggi più giovani, perché il malessere, che deriva soprattutto dall’abbandono operato dalla generazione dei padri e delle madri, si è più stabilmente e dolorosamente installato negli adolescenti. Così il fascio del riflettore teatrale si sposta continuamente da Aurèle a Jerôme, da lui a lei. Apparentemente è lei, Aurèle, la responsabile principale del dramma a cui si sta assistendo. Ma Jerôme non è esattamente il ragazzo ritardato e incosciente delle prime battute e pagine del libro.

E attenzione: questo spostamento della luce sui personaggi non è la sola novità di questo libro né la sola sua forza. Il lettore deve aspettarsi continui colpi di scena ed abituarsi alla particolare struttura del romanzo: una struttura trasgressiva, basata su frasi e parole che hanno la funzione di vere e proprie bombe a orologeria; una struttura che ha senza dubbio il potere di giustificare come del tutto reale una vicenda implicitamente ideologica e a tratti paradossale.

Non approfondirò qui la tematica dell’impatto della banlieue di Lione su Pasquale, l’italiano che ha forse scavalcato le Alpi per respirare un’aria migliore e che, per le vicende del tutto particolari che gli occorrono, potrebbe alla fine essere tentato, come la Dorothy del «Mago di Oz», a riconsiderare la propria scelta, si tratti di una fuga provvisoria o di un autoesilio definitivo.

Cercherò invece di dare una possibile interpretazione dell’epilogo paradossale. Tutti i personaggi – l’italiano scontento, la ragazzina nevrotica, il fratellastro disturbato, ed anche la musicista piena di buona volontà – non hanno una famiglia.

Per i due giovani, come si è detto, questa assenza di famiglia è la conseguenza di un abbandono che si ripete ogni giorno.

Per Pasquale è un rifiuto che egli non spiega e forse non spiega nemmeno a se stesso, un malessere che l’opprime assai.

Per Anna la famiglia d’origine, la sola che  abbia avuta, consisteva in una serie di doveri e obblighi che l’hanno spezzata in due. Anna vorrebbe una famiglia sua, per aprire finalmente la gabbia dove la sua vitalità è rimasta imprigionata.

Tutti e quattro sono dunque dei « senza famiglia ».

Partendo da questa evidenza, Stéphanie Hochet lavora sui suoi personaggi come in un laboratorio. L’italiano deluso e incerto è sempre più coinvolto, con Anna, in un secondo rapporto coniugale. Aurèle, d’altra parte, cerca in Anna qualcuno che le apra la strada della vita, magari una seconda madre. Ma Pasquale riversa su Anna le sue contraddizioni esistenziali e amorose, mentre Aurèle vorrebbe far pagare alla nuova madre tutto il male che i suoi genitori effettivi le hanno provocato. In mezzo a questi due personaggi che chiamerei principali, un ruolo strategico è assegnato dalla Hochet a Jerôme, il deviato, il disadattato, l’idiota. Jerôme non è affatto idiota, anzi, vede chiaramente il confine tra ciò che è bene e ciò che è male (pagina 108). E’ dunque all’equilibrio emotivo di Jerôme che tutto è affidato. Lo si sente e lo si vede. Se la distribuzione della luce — e, in definitiva, delle attenzioni da parte di persone responsabili —, fosse stata più equilibrata, dando a Jerôme quanto gli era dovuto, forse gli avvenimenti avrebbero avuto un diverso corso.

Stéphanie Hochet ha bisogno di questi «figli diabolici» e del mondo cieco e sordo della periferia-banlieue per realizzare una vera e propria «tragedia greca», realizzata peraltro nello stile letterario di André Gide e con la classe indiscussa di un Hitckock o di uno Spielberg. La tragedia di Elettra (che guarda caso è chiamata in causa in una «lotta per la luce») si gioca in famiglia. Alla fine ogni personaggio del libro converge verso una stessa famiglia. Una tale spiegazione può allora giustificare il comportamento di Pasquale, il suo sacrificio o, perlomeno — dal momento che non si può sapere quello che il processo deciderà —, il suo slancio verso questi minori già condannati dalla loro stessa vita. Il comportamento di un padre.    

Giovanni Merloni

Parigi, 4 marzo 2011

http://www.giovannimerloni.net/

 

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Incontri

Doppio appuntamento ad Aosta con la giovane scrittrice francese Stéphanie Hochet

 

Aosta - Mercoledì 9 marzo alle ore 18.00, alla Biblioteca Regionale di Aosta la scrittrice sarà ospite della rassegna "Incontri in biblioteca". Qui la Hochet dialogherà con lo scrittore Claudio Morandini. Venerdì 11 marzo si replicherà alla Libreria Minerva.

 

La promettente scrittrice parigina Stéphanie Hochet sarà nei prossimi giorni per presentare il suo ultimo romanzo, parzialmente ambientato in Valle d’Aosta. Mercoledì  9 marzo 2011, alle ore 18.00, alla Biblioteca Regionale di Aosta la scrittrice sarà ospite della rassegna "Incontri in biblioteca". Qui la Hochet dialogherà con lo scrittore Claudio Morandini. Venerdì 11 marzo si replicherà ma alla Libreria Minerva di Aosta.

"La distribution des lumières", l'ultima fatica letteraria della giovane scrittrice è ambientato tra Aosta e Lione. Il libro racconta il disprezzo quasi fisico per la politica italiana di questi ultimi anni, ragione per la quale uno dei protagonisti si trasferisce in Francia. Un altro argomento affrontato è quello del disagio delle periferie, della disabilità, di un’adolescenza precoce e feroce, e, alla fine, il disagio stesso della condizione umana.
 
La Hochet, classe 1975, ha già alle spalle sette romanzi, non ancora tradotto in italiano: "Moutarde douce" (Laffont, 2001), "Le néant de Léon" , "L'apocalypse selon Embrun", "Les infernales" (éditions Stock), "Je ne connais pas ma force", "Combat de l'amour et de la faim" (éditions Fayard, Prix Lilas 2009), "La distribution des lumières"(Flammarion, Prix Thyde Monnier 2010 de la SGDL).


  di Redazione Aostasera

07/03/2011

http://www.aostasera.it/articoli/2011/03/7/17356/doppio-appuntamento-ad-aosta-con-la-giovane-scrittrice-francese-stephanie-hochet

 

Vidéos :

http://www.youtube.com/watch?v=ilzX2YOhYqk&feature=player_embedded#at=33

 

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=S5BZquBw1hQ&feature=player_embedded

 

 

 

 

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